I Social network nella Spirale del Silenzio

 

Studio porta ricercatori a dire che la consapevolezza che gli utenti dei social hanno delle proprie reti li rende più restii a parlare nella vita reale perché sono sintonizzati sulle opinioni di chi li circonda

Scritto da Simone Ziggiotto il 28/08/14 | Pubblicata in Social Network | Archivio 2014

 

I Social network nella Spirale del Silenzio

Studio porta ricercatori a dire che la consapevolezza che gli utenti dei social hanno delle proprie reti li rende più restii a parlare nella vita reale perché sono sintonizzati sulle opinioni di chi li circonda.

Gli utenti che su Facebook hanno amici che ritengono avere più o meno le loro stesse opinioni è più facile che condividano online il proprio pensiero rispetto a coloro che ritengono di pensarla diversamente dai propri amici. 

Inoltre, non è vero che chi usa regolarmente il social network è più propenso a condividere la propria opinione nella vita reale; anzi, chi partecipa alle discussioni sociali è più difficile di circa la metà che possa esprimere delle opinioni nella vita reale rispetto a chi non frequenta i social network.

Sono i risultati che emergono dallo studio 'I social media e la spirale del silenzio' del Pew Research Center.

La teoria della spirale del silenzio fu sviluppata negli anni settanta del Novecento da Elisabeth Noelle-Neumann, fondatrice, nel 1947, dell'Istituto di Demoscopia di Allensbach di Magonza. La teoria si occupa dell'analisi del potere persuasivo dei mass media. La tesi di fondo è che i mezzi di comunicazione di massa, ma soprattutto la televisione, grazie al notevole potere di persuasione sui riceventi e quindi, più in generale, sull'opinione pubblica, siano in grado enfatizzare opinioni e sentimenti prevalenti, mediante la riduzione al silenzio delle opzioni minoritarie e dissenzienti.

Nella sostanza, la 'spirale del silenzio' descrive la tendenza di una persona a non parlare di questioni se ritiene che i suoi interlocutori - familiari, amici, colleghi - la pensino in modo diverso.

I ricercatori americani hanno testato la teoria di Noelle-Neumann sui social per vedere se le relazioni virtuali incentivano chi ha opinioni minoritarie ad esprimerle. Guardando i risultati, l'86% degli americani è disposto ad esempio a discutere del Datagate (caso intercettazioni, NSA, Edward Snowden) nella vita reale, ma solo il 42% è disposto a farlo su Facebook e Twitter. Il 14% del campione non ne parlerebbe di persona, mentre lo 0,3% ne discuterebbe sui social network.

Inoltre, dallo studio è emerso che chi usa Facebook e Twitter più volte al giorno è meno propenso a condividere le proprie opinioni nella vita reale.

Lo studio ha portato i ricercatori a concludere che la spirale del silenzio "potrebbe" essere una teoria valida anche nei contesti virtuali, ma "l'ampia consapevolezza che gli utenti dei social hanno delle proprie reti li rende più restii a parlare perché sono particolarmente sintonizzati sulle opinioni di chi li circonda".

 

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